lunedì 6 agosto 2012



Festival Internazionale Adriatico Mediterraneo
Ancona


domenica 26 agosto
ore 11


presso il Museo della Città
p.za del Plebiscito


presentazione del libro di
Patrizia Caporossi
"Teti in mare"
(Robin-Biblioteca del Vascello, Roma 2012)


con Lella Marzoli
giornalista e vice direttore radio rai nazionale.


Sono previste letture teatrali di stralci da parte di Giuliana Brega.


Passaparola.





venerdì 2 marzo 2012

Teti in mare



Promo

Teti in mare” (ed. Robin, Roma 2012) di Patrizia Caporossi

In scena c’è come (fosse) la stessa persona nel femminile e nel maschile, in quel dato identitario, scoperto e sofferto, di fatto, da un’intera generazione, quella del femminismo, aperta alle possibilità di un tempo storico. Rinchiusa e ritornata poi nelle pieghe quotidiane della vita privata dentro una provincia, quella italiana, di cui qui Ancona, vissuta da fuori e da dentro, con tutti i luoghi di memoria, si fa non solo contesto ma prevaricante presenza. All’inizio di quegli anni 80 di riflusso politico sembra declinare tutta una stagione, come quando l’estate reclama ancora i suoi odori agli incipienti colori ormai autunnali. Fuori di ogni metafora si palesa, scoperto, il senso della vita umana perché sono i topoi perenni della cartografia esistenziale, aperti e chiusi: dall’alba al tramonto nello stesso momento, quando matura la stretta del proprio tempo a cuore aperto. Tutto appare soffocante e perso per quanto disilluso nel darsi e farsi vita, ma si specchia qui intera la consapevolezza umana che sorge e tramonta ogni giorno, senza l’abbandono della speranza nel futuro all’aurora di ogni generazione. C’è qui il senso di un sogno covato di un mondo migliore, di un orizzonte di rinascita per esserci che, dischiuso ma non sconfitto, ha seminato e delineato il verso del cammino anche della storia. E vuole e cerca ancora disperatamente l’avvenire, anche se la singola vicenda umana passa e trascorre come quanto il sole, dietro la sagoma del monte, fino al tuffo marino di un (qualsiasi) giorno. Così appare.



L'essenzialità

Ho intervistato Lucio nel 1977 con la radio delle donne dell'UDI di Modena: a fine spettacolo, sotto il palco. Sguardo e pensiero indelebile. Nell'essenzialità dei gesti e delle parole. Poi andammo con Vecchioni (che era lì al Festival nazionale dell'Unità per il giorno dopo) a mangiarci una pizza notturna. D'allora mi sono pensata sempre ... all'osso di me. Ho appreso e cerco ancora di apprendere la lezione. Grazie.

domenica 18 dicembre 2011

EUDEMONIA nella DIAPHORA

"L'odio/è il rifiuto totale,/assoluto,/definitivo dell'altro./Di tutto ciò/che l'altro fa,/pensa, sogna, è" (Liana Millu, scrittrice antifascista, partigiana italiana). Nel capovolgere la portata storico-politica della cultura dell'odio, che così si è incarnata nella vicenda umana, non si può non passare attraverso la propria coscienza per capire che è un processo che ci chiama-per-nome e a cui non si può prescindere dal mettere in discussione pratiche e pensieri quotidiani. Non si tratta di un nutrimento a momenti o in determinate circostanze, ma è una chiamata potente e continua. Assume il volto dell'altro partendo dal nostro-essere-altro e passa attraverso le azioni quotidiane, da quelle di routine, a cui distrattamente non fare (più) caso, a quelle straordinarie che in certe occasioni sentiamo importanti. A chi giova l'una tantum? All'inedia dello statu quo, sotto la copertura che tanto è impossibile vincere le forze del male ed essere quella goccia di memoria teresiana nel mare oceano può non servire o scomparire nel vortice dell'impotenza. Ma, è qui l'alibi della violenza che si incunea come fosse necessariamente vitale tanto che la si usa a paradigma basilare per quanto naturale, dando scacco a quella ratio di cui invece si fa uso per potenziarne gli effetti, come il 900 ci ha mostrato: dal genocidio passando per Hiroschima alle torri gemelle. Tutto compreso tutto giustificato. Chiamiamoci per nome: noi vivi che alla luce di ogni alba la vita accoglie. Solo nel gesto della propria responsabilità la coscienza nutre se stessa e il mondo del senso del dono, come vitale fonte energetica della reciprocità dello scambio nella relazione fondamentale per un'ecologia della mente. Nutrito così il Sè può non eludere più se stesso e l'altro e vivere senza (magari solo) predicare la possibilità di fondare modi di essere limpidi, chiari nel rispetto e nella reciprocità, perchè solo la convivialità permette la convivenza sull'unico pianeta disponibile tra specie e generi diversi o meglio differenti (da diaphora, appunto) costitutivamente e necessariamente. "La strada della farina porta sempre al mulino" (proverbio pashtun). Ogni nostro gesto si fa qui testimonianza umana: comunque e sempre.

giovedì 3 novembre 2011

Il dritto e il rovescio

Sta lo sguardo fisso  a cercare là dove,  forse,  l’impossibile preclude.   Da bambina ricamava su  fogli di carta e spesso si interrompeva, catturata com’era dal rovescio di quel ricamo, là dove i fili mostra(va)no un intreccio disordinato.  Sembrava un’indecenza quel palesare i fili interrotti, le devianze necessarie, i nodi ricorrenti e lo scambio di colori,  profuso e confuso. Niente più c’era della geometria del dritto, perfetta di quell’equilibrio a punto croce,  teso a immobilità plastiche quasi eteree. Certo, la consegna assolta le permetteva l’ubbidienza premiata e così inconsapevole che del disegno solo il segno ne acquisiva il possibile e leggibile senso. Preso il modello, l’ armonia si mostrava  ogni volta  così  ristabilita.  Ma,  forte l’attrazione andava là,  in quell’altrove nascosto e indecente:  lì sapeva di esserci o meglio si trovava quasi a proprio agio. Oggi, quella bambina non ricama più,  ma ha appreso la lezione del ricamo o meglio cerca di farne sua la sostanza per sapere chi siamo e cosa vogliamo. Eccola che avanza: mentre gli altri dormono tranquilli e sereni, la Verità, comunque, incalza visibile ai suoi occhi e si pone manifesta, anche quando, o Italia dei miei stivali,  tutto sembra alla superficie normale. La nostra storia non è in vendita, non è vero ciò che appare. Anzi,  è proprio là dove la vita combatte, sommossa nella piena del tempo, demistificando la pretesa del progresso, crescita e sviluppo illimitato. Lo sguardo del rovescio ne racconta di  Verità! E noi siamo questa:  null’altro possa apparire certo  nella narrazione  identitaria del  Sé. 

martedì 4 ottobre 2011

Sentimi


La sorella di Parmenide
C’è sicuramente un intreccio sotterraneo che spesso trapela e spunta anche con segni persi, dimenticati e, di fatto, invisibili (o resi tali) da dover/poter cogliere e tutti ancora, di fatto, da decifrare. Tanto che non è forse lecito, per esempio, immaginare che lo stesso pensiero di Parmenide potrebbe essere stato veramente il frutto degli insegnamenti di una donna o meglio, come ipotizza fantasticamente Popper, di una sua sorella, per giunta (o necessariamente) cieca?
(…) Grazie a lei egli imparò a parlare. Lei gli insegnò la poesia e successivamente egli le recitò Omero ed Esiodo. Lei fu la sua guida etica ed egli dovette molto alla sua giustizia e disciplina. Lei fu per lui una dèa e fonte di saggezza. Lei gli insegnò del tutto inconsapevolmente che la luce non è pienamente reale (…). Ciò che lui e la sua sorella avevano in comune era il mondo materiale del tatto e il mondo illusorio della poesia. Da lei imparò che esiste il tangibile (materialismo). (…). Più grande di lui di almeno sei o sette anni, (…) cieca (…) amava il proprio fratello il quale la teneva in grande considerazione: ella fu la sua guida e punto di riferimento dopo la morte della loro madre.[1] 
Allora, anche questa filosofia parmenidea, così assolutamente maschile, potrebbe contenere (e pur contiene) la traccia di una differenza, come risonanza femminile. Anche perché, poi, sono le figlie di Helios che conducono, nel Proemio, il carro di Parmenide non verso un deo, ma da Dike, una dea[2], appunto, che, convinta così dalle fanciulle stesse, avvia la (sua) rivelazione delle due Vie: Verità e Illusione. E tale dea, “perlomeno in alcune rappresentazioni, appariva bendata”[3], come d’altronde per tradizione anche altre dee. Tali raffigurazioni le mostra tutte imberbe, glabre ovviamente, prive della barba, profetica e patriarcale, ostentata invece nei ritratti scultorei, anche come segno unico ed evidente della virilità sapienziale o della possibilità simbolica di un poter essere e diventare naturalmente filo-sofi.


[1] La sorella cieca di Parmenide: un racconto fantastico in Karl  R. Popper, The World of Parmenides, Rutledge, Londra 1998, tr. it. di Fabio Minazzi, Il mondo di Parmenide, Frammento 3, PIEMME, Casale Monferrato 1998, p. 373-374.
[2] “Come si può dare a dio un genere femminile? (…) Ci sono in greco due modi egualmente corretti per indicare una dea: ricorrendo al termine theà, forma femminile di theòs o usando il termine theòs stesso, morfologicamente maschile, ma preceduto dall’articolo femminile o precisato dal contesto. (…) Ho theòs, he theòs: il dio, la dea. (..) Nondimeno he theòs designa in primo luogo un essere divino che si trova per di più affetto da un segno femminile. (…) Che cosa c’è di theà e di theòs, contemporaneamente, in una dea? Theòs: il divino generico, al di là della differenza dei sessi; theà: una divinità femminile. Theài, dunque: le dee. Se si dimenticasse per un istante che theà può essere sempre sostituita da theòs, la tentazione forse sarebbe di cercare in ogni dea l’incarnazione di un “tipo” femminile, con la speranza di costituire finalmente il gruppo delle theài in un sistema simbolico della femminilità. (…)  Ma (…) nulla dice che ogni dea sia (…) un archetipo [femminile]. (…) Indubbiamente, se il termine theà è una forma femminile, se ogni theà è caratterizzata, quando se ne scolpisce l’immagine, con forme femminili, nulla ci dice che, in una dea, il femminile prevalga sullo statuto divino. Ancora una volta, sarebbe forse il dio a dominare nella dea?” (Nicole Loraux, Che cos’è una dea?, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle Donne. L’antichità, cit., pp.16-18-19-21); cfr.: anche un testo fondamentale di Mary Daly, Beyond God the Father: toward a Philosophy of Women’s Liberation, 1973, tr. di Donatella Malsano e Maureen Lister, Al di là di Dio Padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne, Ed. Riuniti, Roma 1990 di cui, a tale proposito, Chiara Zamboni scrive:” Forse non è un caso che sia una donna che ha ragionato sul nome di Dio (…). E’ sempre rivoluzionario, lei si chiede, adoperare il nome Dea al posto di quello di Dio?” (Pescare nella corrente, “Via Dogana”, rivista di pratica politica, n.68, Milano 2004, p. 14) e ancora sull’argomento riflettendo sul testo di Mary Daly, cfr. Laura Boella, Figure rubate alla filosofia, in “Reti”, Pratiche e saperi di donne, n. 6, Ed. Riuniti, Roma 1990: “Il nodo resta ancora la proposta della religione della Dea, intesa come Madre-Figlia, opposta al Padre-Figlio.” (ivi, p. 33).
[3] Karl  R. Popper, Il mondo di Parmenide, Frammento 3, cit., p. 374.

lunedì 5 settembre 2011

entropia


Se ci si ferma, si è. Se ci si muove, si diventa. (Quasi parmenideo ed eracliteo insieme questo senso dell'essere). Mi domando: perchè rimandarsi? Come se le epoche fossero per noi sempre possibili in eterno. Ho per me questo senso ed è come avere il mondo in testa e la luce nel cuore quando disamata arrendo energia all'esistere entropico.