La sorella di Parmenide
C’è sicuramente un intreccio sotterraneo che spesso trapela e spunta anche con segni persi, dimenticati e, di fatto, invisibili (o resi tali) da dover/poter cogliere e tutti ancora, di fatto, da decifrare. Tanto che non è forse lecito, per esempio, immaginare che lo stesso pensiero di Parmenide potrebbe essere stato veramente il frutto degli insegnamenti di una donna o meglio, come ipotizza fantasticamente Popper, di una sua sorella, per giunta (o necessariamente) cieca?
Allora, anche questa
filosofia parmenidea, così assolutamente maschile, potrebbe contenere (e pur contiene) la traccia di una
differenza, come risonanza femminile. Anche perché, poi, sono le figlie di Helios che conducono, nel
Proemio, il carro di Parmenide non verso un
deo, ma da Dike, una
dea, appunto, che, convinta così dalle fanciulle stesse, avvia la (sua) rivelazione delle due Vie: Verità e Illusione. E tale dea, “perlomeno in alcune rappresentazioni, appariva bendata”
, come d’altronde per tradizione anche altre
dee. Tali raffigurazioni le mostra tutte imberbe, glabre ovviamente, prive della barba, profetica e patriarcale, ostentata invece nei ritratti scultorei, anche come segno unico ed evidente della
virilità sapienziale o della possibilità simbolica di un poter essere e diventare naturalmente
filo-sofi.