
Potesse labbro umano indovinare
il carico latente
di una sillaba detta,
sarebbe stritolato sotto il peso.
(Emily Dickinson)

“Un giorno ho ascoltato una donna di Mantinea…” (Platone, Simposio, 201)
La presenza di Diotima è assenza nel contempo: non può, infatti, partecipare al banchetto. Tutto ciò che si sa di lei lo espone Socrate, che è il personaggio principale del dialogo platonico. Si tratta di un pranzo di soli uomini, i quali, finito di mangiare, come d’usanza, si intrattengono a tavola a sorseggiare vino, centellinandolo, mentre parlano piacevolmente fra loro, dell’amore, quasi in confidenza, resi così disinibiti, come solo il vino spesso aiuta a sentirsi. Diotima non poteva che essere assente in quanto esclusa come tutte le donne da luoghi e momenti prettamente maschili. Ma, non è un caso che Platone senta il bisogno di introdurre un personaggio femminile, pur impossibilitato a esserci, per difendere la natura, la bontà e la verità dell’amore: la scienza di Diotima è, infatti, quella del sapere erotico. D’altronde, il campo della sapienza non è tutto nella classificazione tra sapere e non-sapere, tra scienza e ignoranza: c’è anche quel modo di conoscere il vero senza poterlo dimostrare (Simposio,
“Forse il problema e' proprio questo: che alla fine il nostro desiderio di umanita', di bonta' e anche di dolcezza amorosa e' così diventato prepotente e impossibile da costringerci, invece, ancora e sempre, alla durezza; ed è in questo modo che (...) modificano noi stessi, i nostri fini insieme ai metodi usati per raggiungerli e soltanto per continuare a esistere, confondendo ciò con la nostra naturalità. E' estremamente amaro e stupido, nonostante la presunta furbizia, trasmettere, di fatto, proprio e solo, questo alle prossime generazioni: il cinismo della vita umana, senza nessun scatto di coscienza e consapevolezza come possibilità a cambiare in meglio.” (Christa Wolf, Un giorno all'anno, Ed. e/o, Roma 2006, p. 73)
Oggi e sempre di nuovo Pasolini come allora quando veniva nella borgata a Roma dove vivevo. Fino a che: quel 2... novembre del 1975 un fulmine a ciel sereno (ci) schiantò addosso tutto il peso di un'Italia che non è più da allora rinata e resuscitata. Vorrei continuare a essere in quell'allora e stringere a me le lacrime dei borgatari che (mi) chiedevano come aiuto per capire come fosse possibile che la delicatezza di un tenero e unico essere umano perisse nella discarica di un idroscalo. Noi forse con lui. Oggi, in questa (nostra) contemporaneità, posso proprio quasi come dirlo. ...
“Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me/non dico che fosse come la mia ombra/mi stava accanto anche nel buio/non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi/quando si dorme si perdono le mani e i piedi/e io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno/durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me/non dico che fosse fame o sete o desiderio/del fresco nell’afa o del caldo nel gelo/era qualcosa che non può giungere a sazietà/non era gioia o tristezza non era legata/alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi/era in me e fuori di me/durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me/e del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia” (Nazim Hikmet, Varsavia 1960)
Nell'agosto si spendono promesse e buone intenzioni perchè il tempo sembra mollare gli ormeggi: una nuova idea o un buon proposito (ci) invade. Quasi, un piacere come durante le vacanze scolastiche. Ma, forte scorre il tempo su ciò che rivive, ogni anno e muore in un lampo di un momento: la sera delle stelle cadenti, la notte calda ferragostiana in riva al mare, il piacere della brezza spiata alla finestra del primo temporale, a stare come immobili. "Ha smesso il bosco dorato di / parlare / nella sua gaia lingua di betulle / e le gru, nel mesto volo / non hanno più alcun rimpianto" (Sergej Esenin, in "Tra gli appunti sparsi di PatCap", 1997). Come "quasi un lembo baciato / da un sogno disperso / questo sguardo non sa / l'improvviso gesto finale / di un giorno dopo / a venire / se quando lo strazio mentale / perderà l'ansia vitale / di dover ricominciare" (PatCap, A mia madre a quattro mesi, incipit, 1986).